Castello di Medusa

Ultima modifica 2 novembre 2022

 

Castel Medusa si trova nel territorio di Samugheo, al confine con quello di Asuni. Ci si arriva dalla SP 38, dalla quale, immettendosi in una strada locale, si giunge al rifugio dove è possibile lasciare la macchina e accedervi a piedi. È immerso in un’area di grande suggestione paesaggistica, poco antropizzata, che per i suoi aspetti naturalistici anche legati alla flora e alla fauna, è stata dichiarata SIC, particolarmente apprezzata dagli arrampicatori per le sue falesie, dagli speleologi per le sue grotte, dagli escursionisti per i sentieri. Il castello è stato realizzato su una penisola calcarea con le pareti a picco verso i fiumi sottostanti: il Rio Araxisi, proveniente dall’area occidentale della Barbagia, e il Rio Misturadroxiu, perveniente da Asuni, che si riversa nelle acque del primo ai piedi della rupe. Nel periodo in cui era in uso, il paesaggio intorno non doveva essere molto diverso, mentre il castello doveva apparire come un maniero ben difeso e fortificato, un tutt’uno con lo sperone roccioso su cui è costruito.

Negli anni Novanta del Novecento il sito è stato oggetto di scavi che hanno dato importanti risultati. Innanzitutto sono emersi materiali pertinenti con un abitato preistorico di cultura sub-Ozieri (2800-2600 a. C.) e soprattutto è stato possibile chiarire la planimetria e la struttura del complesso. Il castello consta di una serie di ambienti rettangolari e di una cisterna disposti lungo il limite occidentale del costone, un ulteriore gruppo di vani situato a sud-est rispetto a questo lato, raccordati tra di loro da un probabile cortile, un’area d’accesso, due presumibili punti di avvistamento a nord e a sud, una cortina di protezione, particolarmente poderosa nei settori nord e occidentale. Al di fuori, lungo il sentiero verso l’Araxisi, è situato un ulteriore vano, forse a controllo del percorso. Le mura non sono una costante: i tratti meglio protetti dall’asperità della roccia non sono rifasciati e i muri degli ambienti fungono essi stessi da protezione.

Vi era un unico punto di accesso, corrispondente all’attuale, fiancheggiato da una torretta. Superato un probabile ponte, di cui oggi non c’è traccia, il visitatore entrava in un vano quadrangolare mediante una porta di cui rimane la soglia; perpendicolarmente a questo primo accesso, il vano era dotato di un’ulteriore porta, alla quale seguiva uno stretto passaggio incassato tra un tratto della cortina muraria e l’ambiente ad essa parallelo; alla fine del corridoio si trovava un ultimo varco. La serie dei varchi è identificabile dalla soglia di cui si è detto e dagli incavi impressi nelle pietre in cui dovevano trovare alloggio i cardini delle due porte. Dall’ingresso si accedeva a uno spiazzo murato con a destra i vani, molto probabile adibiti a usi abitativi e di servizio (cucine magazzini, ricoveri per animali). Il castello, bibliograficamente identificato con il castrum Asonis citato in alcuni documenti del XII secolo, per la sua struttura e per le informazioni date dal Della Marmora, a cui furono mostrate nel 1860 “molte monete trovate tra queste rovine che tutte appartenevano agli imperatori d’Oriente a partire da Giustiniano”, è dagli studiosi attribuito al periodo bizantino (VI-XI sec. d. C. circa). I risultati degli scavi confermano questa cronologia. L’ambiente adiacente alla cisterna ha restituito una successione di tre pavimenti, di cui il secondo con una datazione post-quem al VI secolo. Sono venuti alle luce anche i resti di alcune pentole e di ciotole che fanno pensare ad un’alimentazione a base di zuppe e bolliti. Tra i resti di pasto si riconoscono delle mandibole di suini, i denti di alcuni bovini, gusci di conchiglie marine. Un’altra classe di ceramiche rinvenuta è quella dei contenitori di colore beige decorati a pettine che, insieme al pavimento con malta e scaglie di calcare, potrebbero essere l’indizio di una continuità di utilizzo oltre il VI secolo. Gli elementi architettonici in trachite finemente lavorati, come conci d’arco, elementi circolari di una probabile finestra e soprattutto la base decorata di un pilastrino, inducono a ipotizzare che l’aspetto estetico del castello fosse contemplato.

Non sono state recuperate monete, armi o elementi propri della classe militare, indizi utili a definire una preciso utilizzo del maniero. Certamente, visto il suo aspetto poderoso, il castello doveva avere una qualche finalità difensiva. Il suo utilizzo deve essere valutato anche considerando il contesto di inserimento: la sua particolare posizione a controllo di un punto specifico dell’Araxisi, la possibilità di sorvegliare una porzione di territorio oltre il fiume e non solo, la viabilità, la presenza di miniere anche d’argento nei dintorni. Probabilmente il castello doveva essere frequentato da qualche personaggio di rango per fini economici. Alcuni reperti sembrano dare degli indizi della presenza illustri ospiti, come la base decorata di pilastrino, un frammento di vetro decorato, resti di pasti di lusso come le conchiglie marine, un anello d’oro che per le sue dimensioni (cm 1,9 di diametro totali) potrebbe essere appartenuto a una donna.

Sono legate al castello diverse leggende. La più famosa racconta di un re Medusa che aveva un’amante, la jana Maria Incantada, ma anche tanti nemici, per depistare i quali, quando andava a trovarla ferrava il cavallo con gli zoccoli al contrario. Lei, Maria, tesseva in un telaio d’oro i cui colpi venivano sentiti fino a Samugheo come i rintocchi di una campana. Il tesoro del re si troverebbe ancora nascosto tra le mura del castello. La storia del tesoro non ha certamente fatto la fortuna del maniero, perché nel corso dei secoli ha causato dannose ricerche, di cui sono stati trovati gli scassi durante le indagini archeologiche, la più famosa delle quali è divenuta essa stessa leggendaria e ha visto come protagonista il bandito Perseu di Asuni e il Viceré De Launay nel 1844.