Il territorio

Ultima modifica 9 agosto 2022

Il  territorio  della  Brabaxianna, dove è situato Samugheo, è caratterizzato da monti che seppure non particolarmente elevati, sono piuttosto solitari e selvaggi, e una successione di gole, dirupi e imponenti pareti rocciose.

Il territorio si presenta ricco di fresche sorgenti che lo rendono estremamente fertile e rigoglioso. La vegetazione autoctona è costituita da lentisco, leccio, olivastro ed euforbia con la presenza di garofani selvatici. La fauna invece è caratterizzata dalla presenza di volpi, pernici, ghiandaie e cinghiali. Sulle pareti inaccessibili nidificano il piccione, il gheppio e altri falchi, mentre a volte volteggia maestosa persino l’aquila reale. L’altra  peculiarità  del  territorio è rappresentata dalla presenza di un discreto numero di grotte che meritano di essere visitate.Tra le tante grotte possiamo ricordare quella di Sa conca ‘e su Cuaddu nella valle del Riu Settilighe, la Grotta dell’Aquila sul monte de Sa Pala de is Fais (qui vi si accede solo calandosi dall’alto per circa 25 m con funi e scalette) e quelle vicine al Castello di Medusa, come il suggestivo Buco della Chiave con la caratteristica forma a clessidra.

Samugheo appartiene alla sub-regione filo barbaricina del Madrolisai, che assieme al comune di Samugheo comprende anche i comuni di: Sorgòno, Atzara, Ortueri, Dèsulo, Tonara. Il paese è situato quindi nella zona chiamata Mandrolisai, caratterizzata da monti solitari e selvaggi e da una successione di gole, dirupi e imponenti pareti rocciose. Paese di indubbio fascino, sia per le tradizioni che ancora la sua gente conserva, come il carnevale e la lavorazione del pane, sia per gli importanti reperti archeologici.

Il territorio si presenta ricco di fresche sorgenti che lo rendono estremamente fertile e rigoglioso. Boschi di querce, uliveti, vigneti e ampie distese lasciate a pascolo caratterizzano le colline circostanti, dove si muove una ricca fauna costituita da cinghiali, volpi, lepri e conigli.

Samugheo offre molto anche dal punto di vista paesaggistico: il suo territorio è infatti ammantato da una vegetazione folta e ricca che incornicia numerose grotte, meta ideale per gli amanti di speleologia. Tra le tante grotte possiamo ricordare quella di Sa conca ‘e su Cuaddu nella valle del Riu Settilighe, la Grotta dell’Aquila sul monte de Sa Pala de is Fais (qui vi si accede solo calandosi dall’alto per circa 25 m con funi e scalette) e quelle vicine al Castello di Medusa, come il suggestivo Buco della Chiave con la caratteristica forma a clessidra.

Lungo il fiume Acoro sono dislocati, ben conservati a poche centinaia di metri l’uno dell’altro, tre mulini, Ispadula, Is Tirizzas e Giobbe, edifici a pianta rettangolare in granito, intonacati a calce, tetto a unica falda coperto da tegole, ad eccezione del mulino Giobbe, con copertura piana. All’interno mantengono il sistema di molitura con macina a pietra e all’esterno il vano per la ruota orizzontale. Il mulino Is Tirizzas è articolato in due edifici molitori affiancati, mentre presso il mulino Giobbe è presente un ricovero per l’animale utilizzato per il trasporto dei cereali. Nel tratto più settentrionale del fiume si individuano i resti di un ulteriore opificio, la gualchiera Pisiera, impiantata probabilmente su un precedente mulino. Della gualchiera, di pianta rettangolare e struttura in granito, rimangono i muri perimetrali e il sistema esterno di canalizzazione e regolazione dell’afflusso dell’acqua; da ciò che si desume dalle aperture che si affacciano sul canale di scorrimento dell’acqua, la sua ruota doveva essere verticale. Anche i mulini conservano gli sbarramenti sul fiume e i canali di adduzione e deflusso delle acque utili ad azionare le macine. Questi opifici, attivi fino agli anni Sessanta-Settanta del Novecento, quando sono stati sostituiti da mulini alimentati con energia elettrica e situati nel centro abitato, sono ciò che rimane di un sistema più articolato e duraturo nel tempo. I documenti conservati presso l’Archivio di Stato di Cagliari, Fondo Regio Demanio, Affari Diversi, voll. 201, 202, 203, attestano attività molitoria intorno al fiume Acoro già dal 1679, con la concessione enfiteutica accordata ad Alessio Machis presso un terreno di sua proprietà. Le concessioni seguono per gli anni 1756 (Francesco Antonio Serra presso la sua vigna), 1763 (rettore Giuseppe Antonio Porru) e 1764, mentre al 1777 risale la concessione nel luogo denominato “Su Riu de Tirichas”, probabilmente l’attuale Is Tirizzas. Le Carte del Real Corpo del 1846 (Archivio Stato Cagliari) testimoniano l’esistenza di almeno quattro mulini in contemporanea: di Emanuele Pusceddu, di Giorgio Murtas, un mulino generico e risulta intestato a Elia Flore il mulino Is Tirizzas. Tale sistema ad un certo punto fu corredato da una strada che appare menzionata nelle Mappe di Classamento dell’Archivio di Stato di Oristano (1909-1910) come “Strada Vicinale dei Molini”, tuttora individuabile. L’attività dei mulini e della gualchiera era profondamente legata all’economia del luogo, vocato in passato alla coltivazione dei cereali e alla lavorazione della lana, cardata e utilizzata nell’abbigliamento e per varie esigenze. Si deve alla cura e alla dedizione dei proprietari, che li hanno riconosciuti come bene culturale da tramandare, il loro attuale buono stato di conservazione. I mulini si trovano in terreni di proprietà privata.